tradimenti
“Principessa di casa” – Episodio 2: Il contra
08.01.2026 |
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"«Ma solo se tu, venerdì alle sette, mi guardi negli occhi e mi dici: “Lo voglio..."
“Principessa di casa” – Episodio 2: Il contratto invisibileLa mattina dopo, Pietro si svegliò prima della sveglia. Fu il corpo a farlo, più che la mente: una tensione sottile, un’attenzione costante che gli vibrava sotto la pelle. Da quando avevano iniziato a chiamarla “castità” con quella parola semplice, come se fosse una stanza della casa, Pietro sentiva tutto più nitido: il profumo del detersivo, il fruscio delle lenzuola, la luce pallida sulle tende.
Silvia dormiva ancora, girata su un fianco, una mano sotto il cuscino. Pietro la guardò per qualche secondo senza muoversi. Il desiderio non era una fiamma: era un nodo. E quel nodo, paradossalmente, lo rendeva più attento, più devoto, più fragile.
Scese dal letto in silenzio e iniziò la sua liturgia quotidiana. Mise su il caffè, raccolse i vestiti lasciati in giro, avviò la lavatrice. Ogni gesto aveva un sapore di offerta. Non perché Silvia glielo avesse chiesto, ma perché lui sentiva che, così facendo, teneva viva una promessa.
Quando Silvia si alzò, lo trovò con la camicia già addosso, il piano cucina asciutto, il caffè pronto.
«Buongiorno,» disse lei, stropicciandosi gli occhi.
Pietro le portò la tazza come se fosse un vassoio di porcellana antica. «Ti ho fatto anche la spremuta.»
Silvia prese la tazza e lo guardò da sopra il bordo. In quello sguardo, Pietro riconobbe la stessa cosa di ieri sera: non capriccio, ma intenzione.
«Vieni qui,» disse.
Pietro si avvicinò. Silvia gli appoggiò due dita sul polso e sentì il battito. Un controllo dolce e preciso.
«Come stai davvero?»
La domanda lo colse scoperto. Pietro si era preparato a tutto tranne che a quel tipo di cura. Abbassò lo sguardo.
«Bene,» disse, poi si corresse, perché era la frase che avrebbe detto per abitudine. «No. Non solo bene. Sono… agitato.»
Silvia annuì, senza giudizio. «Agitato è un buon segnale. Vuol dire che sei presente.»
Pietro accennò un sorriso, ma gli tremò. «Ho paura di non essere abbastanza. Lo so che non è razionale, ma… quando penso a lui—»
Silvia lo interruppe avvicinandosi, ma non con un bacio. Con una distanza studiata, quel mezzo passo che era quasi più intimo di un contatto.
«Quando pensi a lui, cosa senti?»
Pietro inspirò lentamente, come se volesse prendere tempo per non farsi travolgere.
«Sento che tu lo desideri. E mi eccita. Ma subito dopo… sento che io sono la parte comoda. Quello che paga, che pulisce, che aspetta.»
Silvia restò in silenzio. Poi appoggiò la tazza e gli prese il viso tra le mani, costringendolo a guardarla.
«Ascoltami bene, Pietro. Tu non sei “comodo”. Tu sei il mio posto sicuro. E non lo dico per addolcirti. Lo dico perché è vero.»
Pietro deglutì.
Silvia abbassò le mani, lasciandole scorrere fino al suo petto. «Ma c’è una cosa che dobbiamo chiarire, perché se non la chiarisco io, il tuo cervello la riempie con le paure.»
Pietro annuì, quasi impercettibilmente.
«Il nostro gioco non è una gara.» Silvia parlava piano, come si parla quando si decide di dire la verità. «Non è “Andrea contro Pietro”. È “Silvia con Pietro”, e dentro questa cosa noi scegliamo se includere Andrea. È diverso. È molto diverso.»
Pietro sentì gli occhi pizzicare, e odiò quella reazione. Odiava sembrare piccolo. Ma Silvia sembrava sapere esattamente dove toccare.
«E se tu mi dici sì solo perché hai paura di perdermi,» continuò lei, «allora non è più un gioco nostro. È una resa. E io non voglio la tua resa.»
Quella frase gli fece male, proprio perché era tenera.
Pietro sussurrò: «Io voglio dire sì.»
Silvia lo guardò. «E voglio che tu sappia anche dire no.»
Ci fu un silenzio. Pietro sentì il frigorifero vibrare, lontano. Il mondo era quella cucina e il modo in cui Silvia decideva di mettergli davanti uno specchio.
«Oggi facciamo una cosa,» disse lei. «Una cosa che non ti eccita, ma ti salva.»
Pietro alzò le sopracciglia, confuso.
Silvia prese un quaderno dal cassetto—lo stesso dove tenevano le regole—e lo aprì su una pagina bianca. Poi gli porse una penna.
«Scriviamo il nostro contratto invisibile. Quello che già facciamo, ma che tu hai bisogno di vedere scritto.»
Pietro prese la penna come se fosse pesante.
Silvia dettò, e la sua voce era ferma.
«Punto uno: Pietro è libero di dire no senza conseguenze affettive.»
Pietro scrisse. Le parole sembravano quasi impossibili da mettere su carta.
«Punto due: Silvia non chiede quando Pietro è stanco, triste, o in ansia. Silvia chiede quando Pietro è presente. E controlla.»
Pietro scrisse e si accorse di stare respirando meglio.
«Punto tre: Andrea entra solo se entrambi lo vogliono. Anche se è all’ultimo minuto.»
Pietro scrisse. La penna graffiò leggermente la carta.
Silvia fece una pausa e lo guardò. «Questo è quello che ti serve, vero? Non che io sia gentile. Ma che io sia… affidabile.»
Pietro annuì. «Sì.»
Silvia riprese.
«Punto quattro: dopo ogni incontro, c’è aftercare. Non solo coccole: una conversazione. Un bilancio.»
Pietro scrisse e sentì il petto allentarsi.
Silvia si avvicinò al foglio, lo girò verso di sé e aggiunse una riga con la sua grafia: pulita, decisa.
Punto cinque: Pietro non si guadagna l’amore con il sacrificio. Pietro è amato.
Pietro lesse quella frase e gli si chiuse la gola.
«Silvia…»
Lei gli toccò il polso, come a richiamarlo nel corpo. «Non voglio un martire. Voglio un compagno. Anche se ti eccita servirmi, non devi ammazzarti di lavoro per “meritarti” di restare. Capito?»
Pietro annuì, ma la parte dentro di lui che si nutriva di sacrificio non voleva mollare. Era la sua vecchia abitudine: dare, dare, dare, finché non restava che la dedizione. E Silvia lo sapeva.
«Ora tocca a te,» disse lei. «Scrivi una cosa che vuoi tu. Una sola.»
Pietro restò immobile. Scrivere un desiderio proprio gli sembrava quasi indecente. Poi, con un coraggio che gli venne da chissà dove, abbassò la punta della penna.
Voglio che tu mi guardi anche quando non ti do niente.
Silvia lesse. E per un attimo, qualcosa le cambiò sul volto. Non era più la Principessa; era semplicemente una donna che capiva.
«Va bene,» disse, e la sua voce era più morbida. «Lo voglio anche io.»
Pietro sentì un sollievo improvviso, quasi fisico. Come se l’aria fosse diventata meno densa.
Silvia chiuse il quaderno e lo mise sul tavolo. Poi fece un gesto verso di lui.
«Vieni.»
Pietro si avvicinò.
Silvia lo baciò. Un bacio breve, preciso, come un timbro su un documento appena firmato. Quando si staccò, lo guardò con quella calma che lo faceva cedere.
«Adesso ti dico una cosa che ti eccita,» sussurrò. «Così vedi che non è solo fatica. È anche piacere.»
Pietro trattenne il fiato.
«Andrea verrà venerdì sera,» disse lei. «Ma solo se tu, venerdì alle sette, mi guardi negli occhi e mi dici: “Lo voglio.”»
Pietro sentì il nodo stringersi e poi trasformarsi in calore.
Silvia inclinò la testa. «E se non lo vuoi… io mi metto la vestaglia, mi prendo il tuo regalo più costoso, e resto a casa con te. Senza farti pesare niente.»
Pietro ebbe un tremito. Quella era la cosa più pericolosa: Silvia che gli dava la libertà con la stessa voce con cui lo seduceva.
«Capito?» chiese lei.
Pietro annuì, quasi ipnotizzato. «Capito.»
Silvia gli accarezzò la guancia. «Allora oggi niente prove di forza. Oggi voglio solo che tu faccia una cosa diversa.»
«Cosa?» chiese Pietro.
Silvia sorrise. «Oggi non mi compri niente. Oggi non fai straordinari. Oggi vieni a casa all’ora giusta. E se vuoi dimostrarmi devozione… mi cucini qualcosa di buono e poi ti siedi accanto a me sul divano. Mi guardi. E basta.»
Pietro sentì un’improvvisa vergogna—come se qualcuno gli avesse tolto l’armatura e gli avesse chiesto di restare in piedi lo stesso.
Silvia gli baciò la fronte. «Il tuo dono, Pietro, non è quanto ti consumi. È quanto resti.»
E mentre lei usciva dalla cucina con la tazza in mano, lasciandolo lì con il quaderno chiuso e quella frase che gli rimbombava dentro, Pietro capì che il loro gioco aveva una forma segreta: non era solo eccitazione. Era un modo, rischioso e delicato, per imparare a fidarsi senza sparire.
E quel pensiero—terribilmente intimo—lo eccitò più di qualsiasi fantasia.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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